«Lo avete fatto a me». Una rivisitazione delle opere di misericordia PDF

Questa è una voce in vetrina. Nella città di Asti, in Piemonte, il 17 gennaio dell’anno 1749, io nacqui di nobili, agiati ed onesti parenti. Come la gran parte dei piemontesi dell’epoca, Vittorio Alfieri ebbe come madrelingua il «Lo avete fatto a me». Una rivisitazione delle opere di misericordia PDF. Giacché di nobili origini, apprese dignitosamente il francese e l’italiano, cioè il toscano classico.


Författare: Aimone Gelardi.

I testi dei vangeli e gli scritti degli apostoli invitano i primi cristiani a non limitarsi all’ascolto del Signore, ma li sollecitano a mettere in pratica. Le riflessioni dell’autore propongono una rilettura delle opere di misericordia corporale (dar da mangiare agli affamati, da bene agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti) e spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti). Esse attingono anche all’esempio di figure illuminate della tradizione della Chiesa, che sanno ispirare linguaggio e impegno adeguati ad accostare le necessità dell’uomo moderno.

Aveva un fratello, Giuseppe Maria, e una sorella, Giulia. Il padre morì di polmonite nel primo anno di vita di Vittorio e la madre si risposò in terze nozze nel 1750 con il cavaliere Carlo Giacinto Alfieri dei conti di Magliano, un parente del defunto marito. La sorella Giulia fu mandata presso il monastero astigiano di Sant’Anastasio. Dal terzo marito la madre avrà Anna Maria Giuseppina Barbara, Giuseppina Francesca, Pietro Lodovico Antonio, Giuseppe Francesco Agostino e Francesco Maria Giovanni. Come scrive egli stesso nell’autobiografia, era un bambino molto sensibile, a tratti vivace, solitario, insofferente alle regole, descritto dai biografi moderni come tendente alla nevrosi, una condizione che si protrarrà per tutta la vita, causandogli spesso anche disturbi psicosomatici. Fra gli otto e nov’anni, trovandomi un giorno in queste disposizioni malinconiche, occasionate forse anche da salute, che era gracile anzi che no, visto uscire il maestro, e il servitore, uscii dal mio salotto che in un terreno dava nel cortile, dov’era intorno intorno molt’erba.

Alfieri all’Accademia compì i suoi studi di grammatica, retorica, filosofia, legge. Venne a contatto con molti studenti stranieri, i loro racconti e le loro esperienze lo stimolarono facendogli sviluppare la passione per i viaggi. Tra il 1766 e il 1772, Alfieri cominciò un lungo vagabondare in vari stati dell’Europa. Rientrò a Torino, dove alloggiò in casa di sua sorella Giulia, che nel frattempo aveva sposato il conte Giacinto Canalis di Cumiana.

Vi rimase fino al compimento del ventesimo anno di età, quando, entrando in possesso della sua cospicua eredità, decise di lasciare nuovamente l’Italia. Il visconte, scoperta la tresca, sfidò a duello l’Alfieri, che rimase ferito ad un braccio lievemente. Lo scandalo che seguì e il processo per adulterio pregiudicarono una possibile carriera diplomatica dell’Alfieri, che in seguito a questi fatti fu costretto a lasciare la donna e la terra d’Albione. Ebbe anche una relazione con la marchesa Gabriella Falletti di Villafalletto, moglie di Giovanni Antonio Turinetti marchese di Priero. Nel 1775 troncò definitivamente la liaison amorosa con la marchesa Falletti, e studiò e perfezionò la sua grammatica italiana riscrivendo le tragedie Filippo e Polinice, che in una prima stesura erano state scritte in francese. Nell’aprile dell’anno seguente si recò a Pisa e Firenze per il primo dei suoi “viaggi letterari”, dove iniziò la stesura dell’Antigone e del Don Garzia. Alfieri e la contessa d’Albany, F.

Tornò a Roma stabilendosi a Villa Strozzi presso le Terme di Diocleziano, con la contessa d’Albany, che nel frattempo ottenne una dispensa papale, sempre grazie al cognato, che le permise di lasciare il monastero di clausura. Nel 1783, Alfieri fu accolto all’Accademia dell’Arcadia col nome di Filacrio Eratrastico. Nello stesso anno terminò anche l’Abele. Alfieri, con il pretesto di far conoscere le proprie tragedie ai maggiori letterati italiani, intraprese allora una serie di viaggi.