Le imprese familiari. Fisionomia di un fenomeno in evoluzione PDF

Gli orti sociali in Italia E’ un fenomeno che si va collocando in quel che si definisce terziario civile innovativo. Sta emergendo proprio in questi ultimi decenni, nelle città così come le imprese familiari. Fisionomia di un fenomeno in evoluzione PDF territori rurali.


Författare: Cinzia Dessì.

Le imprese familiari rappresentano la fattispecie d’impresa più diffusa al mondo. Tuttavia, l’assenza di una definizione unanime e la profonda eterogeneità interna alla categoria rendono difficoltosa la loro precisa quantificazione e alimentano un dibattito definitorio che impegna gli studiosi a ragionare sul significato da attribuire all’espressione “impresa familiare”. Il volume, capovolgendo i precedenti approcci definitori, si inserisce nel dibattito in corso proponendo la Psychological Ownership Theory quale nuova prospettiva d’analisi che coinvolge la sfera psico-sociale dei componenti della famiglia imprenditoriale. La loro proiezione verso l’impresa di famiglia sviluppa un processo di sensemaking unico e irripetibile, che conferisce all’impresa familiare una fisionomia in continuo divenire. Dall’ascolto delle parole di dieci componenti di altrettante famiglie imprenditoriali nasce un framework teorico modulare caratterizzato da due parti essenziali: una fondante e una dinamica, il cui anello di congiunzione è rappresentato dal sistema valoriale della famiglia. Attraverso questo quadro concettuale si evidenziano gli aspetti che accomunano tutte le imprese familiari e si interpretano le modalità attraverso le quali questi aspetti influenzano l’eterogeneità delle imprese familiari, determinandone i loro percorsi evolutivi.

Il terziario agricolo avanzato contribuisce a modificare le comuni forme dell’abitare, i modelli comunitari e i sistemi socio-economici territoriali. Parlare di orti sociali nella realtà italiana significa riferirsi ad una pluralità di fenomeni – sia nelle aree urbane che in quelle rurali – che hanno al centro la cura e la coltivazione di piccoli appezzamenti di terra a fini di autoconsumo. Oggi tali forme evolvono tutte verso una sorta di terziario agricolo avanzato, sia nelle aree rurali che nelle medie e grandi città. Per muoversi con maggiore consapevolezza, sul versante della regolamentazione pubblica di detti fenomeni ancora in fase pioneristica e sperimentale, sarebbe bene tener conto che queste modalità di fare agricoltura non sono un fatto recente, bensì nascono nella notte dei tempi.

Il sistema del latifondo meridionale era, invece, dato dai minuscoli fondi in mezzo alla campagna, dal casino baronale che fungeva da residenza estiva del proprietario, dalla masseria come centro servizi e dal borgo o paesone, dove abitavano tutti e dove si organizzavano i rapporti con il mercato. Sia il podere mezzadrile che la rete di minuscoli fondi colonici erano strutture economiche che garantivano l’autosufficienza alimentare della famiglia contadina. Ed erano collocati in sistemi sociali territoriali che garantivano quei servizi organizzativi, tecnici e socioeconomici , necessari per svolgere le funzioni produttive, di valorizzazione dei prodotti per il mercato e di cura del territorio. Sono stati, pertanto, vietati dall’articolo 45 della Legge 3 maggio 1982, n. 203 e oggi sono del tutto scomparsi. Ma con quei sistemi sociali territoriali si sono, per un lungo periodo, formati e conservati gli assetti comunitari e i paesaggi agrari storici del nostro Paese. Oggi sopravvivono decine e decine di migliaia di piccoli appezzamenti di terra destinati perlopiù all’autoconsumo familiare, come eredità di quei sistemi territoriali storici.

Essi potrebbero rivitalizzarsi qualora riuscissimo a reinventare, in forme moderne, quella tradizione. Questi piccoli appezzamenti vedono coinvolto il 41 per cento della popolazione italiana. Si tratta di persone impegnate in altre attività – da cui ricavano il proprio reddito – oppure sono pensionati che hanno svolto precedentemente lavori in settori diversi dall’agricoltura. La superficie interessata da questa forma di utilizzo dei terreni agricoli è ancora oggi una parte consistente del paesaggio agrario del nostro Paese.

Il nostro ordinamento non annovera nell’agricoltura questa particolare attività di cura e coltivazione della terra. Il codice civile dà, infatti, rilievo giuridico esclusivamente alle attività svolte dall’imprenditore agricolo. Secondo il codice civile l’imprenditore è chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi. Un’attività economica acquista rilievo giuridico se ha come fine ultimo il mercato. Non avendo come sbocco il mercato, questa attività agricola non ha rilevanza giuridica ma resta comunque un’attività economica. E i rapporti giuridici che nascono da strutture produttive finalizzate all’autoconsumo sono comunque regolati dai principi e dalla disciplina generale del diritto agrario, ma solo che non si potrà loro applicare ciò che è proprio della disciplina dell’impresa.

La cultura economica e le istituzioni solo negli ultimi tempi stanno prestando attenzione all’apporto di tali attività alla composizione dei consumi alimentari familiari, al consumo di mezzi tecnici e di servizi professionali necessari per svolgerle, alla promozione dello spirito civico e di comunità, alla salvaguardia del territorio e al benessere psico-fisico delle persone. Eppure, sono proprio queste forme di agricoltura le attività che meglio ci fanno rivivere la concezione del lavoro che esisteva nel mondo contadino. Secondo la cultura rurale il lavoro non era, infatti, considerato una merce in quanto non aveva valore economico. Lavorare voleva dire riuscire a mangiare ogni giorno ma anche vivere in salute, dormire di notte e svegliarsi di buon’ora con energia ed entusiasmo. Questa concezione del lavoro fu alla base non solo del salto imprenditoriale compiuto da tanti contadini italiani negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando al sopraggiungere di talune condizioni indotte dalle politiche economiche dell’epoca dettero vita all’agricoltura moderna, ma anche delle centinaia di distretti industriali per iniziativa di tanti mezzadri che si fecero imprenditori e operai specializzati nei settori manifatturieri. Dedicando una parte significativa del nostro tempo libero alla cura dell’orto, del vigneto, del frutteto, dell’alveare o dell’allevamento di animali da cortile, scegliamo non solo di mangiare cibo fatto con le nostre mani e di stare meglio in salute, ma di continuare a coltivare l’idea atavica che vuole il lavoro agricolo come unica risorsa capace di arrestare ogni forma di degrado umano, impedire alle popolazioni di regredire nella miseria più nera e guardare alla vita con fiducia.

Consideriamo ripugnante ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma ci disgusta soprattutto quella che viene praticata in agricoltura. Se noi oggi continuiamo ad apprezzare ogni lavoro e, nello stesso tempo, ricerchiamo anche tutto ciò che possa migliorare la qualità e la consapevolezza della nostra vita, lo dobbiamo alla concezione del lavoro che avevano i nostri antenati delle comunità rurali. Quando curiamo un ciliegio senza l’assillo di dover venderne i frutti a prezzi convenienti, ma solo per il piacere di fare un regalo unico agli amici, rivitalizziamo la civiltà del lavoro delle tradizioni rurali. Prima dell’età industriale, ad ogni fase di crescita urbana ha corrisposto una proporzionata crescita del patrimonio verde e dei campi a coltura. Gli orti erano piuttosto comuni in tutte le medie e grandi città. Dopo la guerra e fino al boom economico, in tutti i paesi occidentali gli orti urbani subiscono un declino perché sono considerati una vera anomalia.