La scoperta dell’inconscio. Vol. I PDF

Carl Gustav Jung riteneva che una psicologia dell’inconscio fosse presente sin dagli albori dell’umanità, collegata alle antiche pratiche sciamaniche dei popoli primitivi. Le origini del concetto si possono rintracciare già presso gli antichi Greci, che tuttavia non conoscevano ancora un termine equivalente a quello odierno di inconscio. In Platone si dà un’enorme importanza agli archetipi, quali idee metafisiche, paradigmi o modelli, la scoperta dell’inconscio. Vol. I PDF gli oggetti reali sono trattati alla stregua di semplici copie di questi modelli ideali. La filosofia medievale, dai tempi di S.


Författare: Henri F. Ellenberger.

Le origini, l’evoluzione e il significato culturale delle diverse scuole di psichiatria dinamica vengono chiarite e documentate attraverso il pensiero di Freud e Jung.

Jung, Istinto e inconscio, in La psicologia dell’inconscio, trad. Marco Cucchiarelli e Celso Balducci, Newton Compton editori, 1997, pag. Il primo filosofo a evidenziare l’esistenza di percezioni inconsce è stato nell’età moderna il neoplatonico Gottfried Leibniz, in opposizione alla dottrina di Cartesio che aveva identificato la coscienza con la totalità della vita pensante. Ognuno di noi infatti è una monade, secondo Leibniz, cioè un centro di rappresentazione, e quindi anche il processo della conoscenza avviene tutto al nostro interno. Percepire è diverso da accorgersi: vi sono monadi più elevate e meno elevate, cioè meno coscienti. Tra noi e una roccia c’è alla fine solo una differenza di coscienza.

Ma anche in noi ci sono certamente pensieri inconsci. Da mille indizi noi possiamo essere sicuri che ci sono in noi, in ogni momento, innumerevoli percezioni senza appercezione più efficaci di quanto sembra e anche le percezioni avvertibili derivano per gradi da quelle così piccole che non si possono avvertire. Così ad esempio il rumore del mare in fondo è il risultato del rumore delle piccole onde che essendo piccole percezioni noi assimiliamo inconsciamente, fino a comporre il quadro generale di cui abbiamo coscienza. L’esistenza di una zona inconscia divenne un cardine della scuola di Wolff e fu ammessa da Kant. Fichte riprese il concetto kantiano di immaginazione produttiva per indicare il modo in cui l’Io produce inconsciamente il mondo, cioè la materia o il non-io. Schelling estese ancora di più la nozione di inconscio che in Fichte non era ancora esplicita, sostenendo che esso è la modalità con cui Dio crea il mondo in uno stato di estasi più o meno onirico.

Il termine è da lui adoperato per indicare questo eterno inconscio che si nasconde e imprime alle azioni libere la sua identità. Rifacendosi a Jakob Böhme, l’ultimo Schelling affermò che anche in Dio è presente un lato oscuro e inconscio. Si tratta di un abisso profondo a partire dal quale però Dio emerge, rivelando se stesso come Persona e facendo trionfare la luce sull’oscurità. Arthur Schopenhauer riteneva inconscia la volontà di vivere, una Volontà che è il principio dominatore dell’universo.