L’uomo che odiava i martedì PDF

Il testo completo e l’originale dell’ordine del giorno Grandi furono pubblicati nel 1965 dalla rivista Epoca, grazie al ritrovamento l’uomo che odiava i martedì PDF documenti conservati da Nicola De Cesare, segretario personale di Mussolini nel 1943. I tedeschi e Mussolini creano la R. Per l’Italia la situazione militare all’inizio del 1943 appariva del tutto negativa: il collasso del fronte africano il 4 novembre 1942 e l’invasione alleata del Nordafrica esposero a sua volta l’Italia all’invasione da parte delle Forze Alleate.


Författare: Hakan Nesser.

In questa situazione, gruppi appartenenti a 4 differenti circoli – la corte reale, i partiti antifascisti, i fascisti, lo stato maggiore delle forze armate – iniziarono la ricerca di una via d’uscita. Invano: il carattere del Re, scettico e realista allo stesso tempo, le sue paure, gli scrupoli costituzionali, il sentimento che i giorni della monarchia fossero comunque contati, quale che fosse l’esito della guerra, contribuirono alla sua inazione. Alleati non si sarebbero vendicati con l’Italia per la sua guerra di aggressione. Il 6 febbraio 1943, Mussolini operò il più profondo rimpasto di Governo dei suoi 21 anni di potere fascista. Partito Fascista, Aldo Vidussoni, con Carlo Scorza. La caduta di Tunisi, il 13 maggio 1943, cambiò radicalmente la situazione strategica. Ora l’Italia era esposta direttamente all’invasione Anglo-Americana, e per la Germania divenne imperativo controllare il Paese, diventato un bastione esterno del Reich.

Per realizzare i loro piani, i Tedeschi dovevano disarmare con la violenza le forze armate italiane, dopo l’atteso armistizio con le forze Alleate. A metà maggio il Re iniziò a considerare il problema di come uscire dalla guerra: era il pensiero espressogli dal Duca Pietro d’Acquarone, Ministro della Real Casa, molto preoccupato per il futuro stesso. L’opinione pubblica italiana, che aveva atteso per mesi un segno da parte del Re, iniziava a volgersi contro la monarchia. Il 4 giugno il Re concesse un’udienza a Dino Grandi, che era ancora il presidente della Camera dei Fasci e delle Corporazioni, pur essendo stato rimosso dal Governo.

Durante il loro ultimo incontro, avvenuto prima del 25 luglio, Grandi comunicò al Re il proprio ambizioso piano per eliminare Mussolini e difendere l’Italia dai Tedeschi. Paragonò Vittorio Emanuele III al suo antenato del XVIII secolo Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, che aveva rotto l’alleanza coi Francesi passando a quella con gli Imperiali, salvando così la Dinastia. Contemporaneamente, il 19 giugno 1943, si tenne l’ultima riunione di Gabinetto del governo fascista. In quell’occasione, il ministro delle Comunicazioni, senatore Vittorio Cini, uno dei più potenti industriali italiani, attaccò frontalmente Mussolini, dicendogli che era ormai tempo di cercare una via d’uscita alla guerra. Dopo la riunione, Cini si dimise. Il 24 giugno Mussolini diede l’ultimo importante discorso come primo ministro.

La notte del 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia: sebbene ampiamente attesi, dopo un’iniziale resistenza le Forze Italiane furono travolte e in diversi casi, come ad Augusta – la piazza più fortificata dell’isola – esse si arresero senza nemmeno combattere. Dall’interno del Fascismo, dopo la caduta di Tunisi e la resa di Pantelleria, fu chiaro a molti che la guerra era ormai perduta. L’invasione Alleata in Sicilia e l’assoluta mancanza di resistenza scioccarono i Fascisti, che si domandavano perché Mussolini non facesse nulla. Molti di loro guardavano al Re, e altri si volgevano a Mussolini. Il grande problema era trovare un’istituzione adatta per l’azione politica. In quei giorni, il solo gerarca che aveva un chiaro piano per uscire dall’impasse fu Dino Grandi: bisognava deporre Mussolini, poi lasciare al Re il compito di formare un Governo senza fascisti e contemporaneamente attaccare l’Esercito tedesco in Italia.

Solo così si sarebbe potuto sperare di mitigare le dure condizioni decise dagli Alleati a Casablanca per i Paesi nemici. Il 15 luglio il Re incontrò Badoglio, che nel frattempo andava dicendo agli amici che avrebbe organizzato un colpo di stato con o senza il sovrano – e lo informò che lo avrebbe nominato nuovo capo del Governo. Vittorio Emanuele III gli spiegò che era totalmente contrario a un governo politico, e che in questa fase non avrebbe cercato un armistizio. Il crollo dell’esercito in Sicilia in pochi giorni e l’incapacità di resistere resero chiaro che l’invasione del territorio italiano sarebbe stata inevitabile senza un massiccio aiuto tedesco. Una settimana prima della riunione del Gran Consiglio, e due giorni prima dell’incontro di Feltre – ma tenutosi in realtà a San Fermo, frazione di Belluno – Heinrich Himmler ricevette un’informativa che anticipava le manovre in corso per deporre il Duce e sostituirlo con Pietro Badoglio.