Incontro alle Hawaii PDF

Questa è una voce in vetrina. 55 avieri e 9 sommergibilisti morti ed uno catturato. Dopo lo scoppio della guerra in Europa il Presidente, pur mantenendo la neutralità formale, decise di sostenere materialmente la Gran Bretagna, e contemporaneamente si oppose alla volontà giapponese di incontro alle Hawaii PDF il proprio dominio in Asia. Nei mesi seguenti il Giappone si avvicinò ulteriormente alle potenze dell’Asse, firmando il 27 settembre 1940 il patto tripartito, considerato da Tokyo soprattutto un mezzo di pressione per frenare l’aggressività statunitense.


Författare: Dianne Drake.

Nelle settimane seguenti si succedettero nuove riunioni tra i capi politico-militari giapponesi. Anche in caso di danneggiamento degli impianti petroliferi i giapponesi ritenevano di poterli rimettere in funzione prima dell’esaurimento delle scorte, consentendo di completare la conquista della Cina. Qualora gli Stati Uniti non avessero voluto recedere dalla loro decisione, il Giappone avrebbe dovuto scegliere fra due alternative: lasciar cadere tutte le sue ambizioni, con il forte rischio di rivolte interne, o impadronirsi con la forza del petrolio necessario per combattere una lunga guerra contro le potenze occidentali. Ai primi di agosto nel corso di una nuova serie di riunioni di collegamento tra i dirigenti giapponesi venne definitivamente abbandonato il progetto offensivo contro l’Unione Sovietica e deciso di intensificare i preparativi di guerra contro le potenze anglosassoni, continuando contemporaneamente le trattative con gli Stati Uniti nella speranza di ottenere il ritiro dell’embargo in cambio di limitate concessioni da parte del Sol Levante, senza pregiudicare le conquiste in Cina e in Indocina. Nel frattempo, tuttavia, il limitato potenziamento delle flotte e delle forze aeree e terrestri anglosassoni nel Pacifico e nel Sud-Est asiatico, iniziato nell’estate 1941, accrebbe l’apprensione dei comandi nipponici nei riguardi di un possibile intervento diretto anglo-americano. Rotta seguita dalla flotta aeronavale giapponese per l’attacco a Pearl Harbor e successivo rientro in patria.

Yamamoto, cosciente della superiorità di risorse materiali e industriali degli Stati Uniti nel caso di conflitto prolungato, riteneva indispensabile sferrare un colpo decisivo alla flotta principale statunitense per “decidere l’esito della guerra fin dal primo giorno”. L’ammiraglio prevedeva di attaccare con l’intera flotta delle portaerei pesanti giapponesi, che si sarebbero avvicinate alle Hawaii dopo essersi rifornite di carburante in mare. Dopo il successo riportato dai britannici a Taranto nella notte fra l’11 ed il 12 novembre 1940, nel corso del quale la Regia Marina subì gravi perdite ad opera degli aerosiluranti britannici, gli ufficiali dell’aviazione navale giapponese decisero di pianificare un attacco con velivoli decollati da portaerei per distruggere la flotta statunitense. La marina giapponese disponeva di informazioni dettagliate della base di Pearl Harbor, dal momento che le installazioni erano visibili dalla città e che era possibile compiere sorvoli della zona. Quindi a Tokyo si conoscevano le navi e gli aerei di stanza alla base, i loro programmi, i loro movimenti. L’isola era poco abitata e le proibitive condizioni atmosferiche avrebbero potuto mascherare anche un grande raggruppamento di navi da guerra. Insieme a questa operazione Yamamoto organizzò la contemporanea conquista delle basi statunitensi poste sull’atollo di Wake.

L’isola fu attaccata dai giapponesi l’8 dicembre 1941 e da questi occupata il 23 dello stesso mese. Le trattative fra Giappone e Stati Uniti per risolvere i contrasti politici erano iniziate nella primavera del 1941 ed erano proseguite con difficoltà a causa delle iniziative aggressive nipponiche e delle decisioni politico-militari anglo-americane. Questi colloqui avevano preso avvio su iniziativa personale di due missionari cattolici, il vescovo James E. I protagonisti delle trattative furono infatti l’ambasciatore giapponese a Washington Kichisaburō Nomura, coadiuvato nella fase finale dall’inviato speciale Saburō Kurusu, e l’ambasciatore statunitense a Tokyo Joseph Grew. Il 6 settembre, dopo il rifiuto del presidente Roosevelt ad incontrarsi con il principe Konoe a Honolulu o a Juneau, si tenne una nuova conferenza della dirigenza giapponese in cui per la prima volta vennero stabilite delle scadenze precise per la riuscita od il fallimento delle trattative. Il 10 novembre 1941 l’ambasciatore Nomura presentò al presidente Roosevelt il progetto “A” che prevedeva una sospensione dell’embargo statunitense in cambio dell’interruzione di mosse aggressive giapponesi e della promessa del ritiro dalla Cina entro 25 anni. Il 16 novembre giunse a Washington l’inviato speciale Kurusu per affiancare Nomura nella fase decisiva dei negoziati ed i due diplomatici il 20 novembre consegnarono a Hull il progetto “B”, l’ultima proposta giapponese che prevedeva il ristabilimento delle relazioni commerciali tra i due paesi, la collaborazione in Asia, il sostegno statunitense ad un accordo tra Giappone e Cina nonché il ritiro del Sol Levante dall’Indocina.

Le clausole contenute nella Hull note convinsero Kurusu e Nomura dell’impossibilità di trovare un accordo e il governo di Tokyo comunicò loro che non sarebbe stata accettata l'”umiliante proposta americana” e che presto sarebbe stata inviata la risposta ufficiale e definitiva del Giappone. Ormai cosciente dell’evoluzione sempre più minacciosa della situazione nel Pacifico, il presidente Roosevelt decise, durante la riunione di gabinetto del 2 dicembre di inviare una lettera personale all’imperatore Hirohito in cui con accenti amichevoli fece appello al sovrano giapponese per ricercare insieme la pace in nome dell’antica amicizia tra i due popoli. Infatti, dopo alcune discussioni tra i capi politico-militari, il ministro degli Esteri Tōgō inviò all’ambasciata di Washington tra le ore 22:10 e 01:50 della notte del 7 dicembre le tredici parti del documento finale, inteso come vera e propria dichiarazione di guerra. In realtà, per una serie di contrattempi ed a causa delle lungaggini imposte dal sistema di decrittazione della dichiarazione di guerra, Nomura riuscì a consegnare il documento ufficiale a Cordell Hull solo alle 14:20, ora di Washington, quando le bombe degli aerosiluranti e dei bombardieri giapponesi cadevano già da oltre mezz’ora sulle navi statunitensi ancorate a Pearl Harbor. Cordell Hull, durante il colloquio con Nomura e Kurusu, finse di non conoscere il contenuto del documento e, già informato dell’attacco alle Hawaii, diede segno di grande irritazione accusando il Giappone di insincerità e travisamento della verità prima di congedare bruscamente i due diplomatici. Alvin Kramer, e l’ufficio G-2 dell’esercito, guidato dal tenente colonnello Rufus Bratton. Lo stesso argomento in dettaglio: ordini di battaglia dell’attacco di Pearl Harbor.

La flotta destinata all’attacco di Pearl Harbor era costituita da due divisioni navali: la forza di attacco e quella di scorta. Ciascun settore della squadra navale diretta a Pearl Harbor aveva la responsabilità di aree e obiettivi ben precisi. La 7ª Divisione cacciatorpediniere si sarebbe invece distaccata dalla forza principale per condurre un attacco alla base aerea di Midway. 1º febbraio 1941, dopo la divisione della U. Hawaii, nella base navale di Pearl Harbor. La sola presenza della flotta statunitense nelle Hawaii avrebbe dovuto, secondo i piani degli stati maggiori statunitensi, rappresentare un deterrente e impedire ogni ulteriore progressione giapponese verso la Malesia, le Filippine e le Indie orientali olandesi. Il “preavviso di guerra” diramato dal segretario alla Marina Knox il 27 novembre raggiunse anche Pearl Harbor, ma con i suoi riferimenti a possibili attacchi giapponesi contro Thailandia, Malesia, Borneo e Filippine, sembrò rassicurare riguardo a minacce dirette contro le Hawaii.

La data dell’attacco fu determinata considerando una serie di fattori. I giapponesi sapevano che l’ammiraglio Kimmel rientrava sempre a Pearl Harbor con la sua flotta per il fine settimana e che quando le navi erano in porto molti uomini scendevano a terra, il che non poteva che diminuire l’efficienza degli equipaggi a bordo. La scelta ricadde quindi su una domenica. Il 19 novembre il contingente di sommergibili lasciò la base navale giapponese di Kure con cinque sommergibili tascabili a rimorchio. Le formazioni d’assalto si riunirono nella baia di Hitokappu, di fronte all’isola di Iturup, nelle Curili del Sud il 22 novembre 1941 e da lì partirono alle ore 6:00 del 26 novembre 1941 con destinazione Pearl Harbor.

Restava comunque ancora valida la clausola secondo la quale la missione sarebbe stata sospesa in caso i negoziati avessero avuto successo all’ultimo momento oppure nel caso la flotta fosse stata avvistata prima del 6 dicembre. Infatti nel frattempo i diplomatici giapponesi stavano conducendo un’ultima trattativa con gli statunitensi per raggiungere un accordo complessivo. I tempi dell’attacco erano stati calcolati in modo che i primi aerei giapponesi sarebbero giunti sull’obiettivo mezz’ora dopo che l’ambasciatore giapponese a Washington avesse consegnato al segretario di Stato statunitense Cordell Hull la dichiarazione di guerra. Il 25 novembre, dopo le informazioni allarmistiche fornite dall’ambasciatore statunitense a Tokyo, Joseph Grew, su un possibile attacco giapponese a sorpresa, il comando della marina statunitense ordinò all’ammiraglio Kimmel di evitare le acque del Pacifico settentrionale. Tuttavia venne confermata la presenza di otto corazzate senza reti di protezione, cosicché l’ammiraglio decise di andare avanti.

Gli equipaggi, dopo essersi svegliati alle ore 05:00 del 7 dicembre, si prepararono: alcuni piloti indossarono la tradizionale fascia hachimaki, bevvero il sakè e pregarono sui piccoli altari scintoisti prima di salire a bordo dei loro velivoli. Posizione della flotta USA nel porto di Pearl Harbor al momento dell’attacco. Messaggio del comandante Logan Ramsey, alle ore 7:58 del 7 dicembre 1941. Il primo contatto tra le forze giapponesi e le difese statunitensi si verificò alle ore 03:42 del 7 dicembre: mentre i dragamine Crossbill e Condor erano in navigazione a 3 km a sud dell’entrata di Pearl Harbor, a bordo del Condor il guardiamarina R. Il sommergibile tascabile giapponese affondato dalla USS Monaghan, poi recuperato dalle forze statunitensi a Pearl Harbor.

PBY scorse il sommergibile e sganciò su di esso un fumogeno proprio mentre stava giungendo la Ward. Gli attacchi aerei furono progettati e coordinati dal capitano di fregata pilota Mitsuo Fuchida e dal capitano di fregata Minoru Genda. La prima ondata era costituita da tre gruppi distinti, per un totale di 183 velivoli, posti al comando del capitano di fregata Mitsuo Fuchida. Foto scattata da un aereo giapponese pochi minuti dopo l’inizio dell’attacco. Un siluro ha appena colpito la West Virginia al di là di Ford Island, mentre sulla sinistra è visibile la “Battleship Row” con tutte le maggiori corazzate presenti a Pearl Harbor.

Elliot si stava addestrando sotto la supervisione del soldato addestratore Lockard. I due radaristi alle 7:15 avvisarono il centro di Fort Shafter dove la comunicazione fu passata al tenente pilota Kermit A. Il volo della formazione d’attacco giapponese, dopo qualche difficoltà a causa della fitta coltre di nuvole a 2000 metri di quota, fu rapido e gli aerei, favoriti da un forte vento di coda, raggiunsero la costa settentrionale di Oahu con circa 30 minuti di anticipo. 4000 metri e i bombardieri convenzionali scesero a 1000 metri di quota. Fu la nave che riportò il maggior numero di vittime tra l’equipaggio. Dopo aver lanciato via radio il suo messaggio convenzionale, il capitano di corvetta Fuchida si portò con i suoi quarantanove Kate a ovest di Oahu per attaccare Pearl Harbor da sud in una formazione in linea di fila di dieci gruppi da cinque bombardieri convenzionali ciascuno. Mentre i gruppi aerei guidati da Murata e Fuchida provocavano gravi danni alle navi principali statunitensi, altre formazioni giapponesi attaccarono le basi aeree di Ewa, sede del 21st Marine Aircraft Group equipaggiato con moderni aerei SBD Dauntless e F4F Wildcat, e Kanehoe, base del Pat Wing 1, equipaggiato con trentasei idrovolanti di vari modelli.