Il capitalismo PDF

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Författare: Geminello Alvi.

Con l’autonomia di giudizio e la libertà d’intelletto che lo contraddistinguono, Geminello Alvi si cimenta in un’impresa che nessuno aveva mai tentato prima: una definizione del capitalismo così com’è: risultato del compromesso tra la prepotenza statale, la mania di spesa dei governanti e la vanità che spinge a consumare beni inutili. Dopo averci mostrato perché il Novecento è stato “il secolo americano” e aver messo a nudo i tratti della storia segreta del secolo scorso, Alvi ci guida attraverso la lettura di un percorso storico che sembra, inevitabilmente, condurci verso “l’ideale cinese”. E spiega perché il dono debba tornare a essere elemento centrale della vita economica. Prendendo le mosse dalla crisi iniziata nel 2008 e dall’ambigua posizione dell’economia cinese, Alvi con eclettica maestria traccia idealmente le vicende delle varie spiegazioni e restituzioni del capitalismo, gli errori e gli abbagli, per giungere a una descrizione opposta a quella marxista: non più conflitto tra classi ma compromesso tra l’esagerazione dello Stato e la vanità dell’inutile.

Tu sostieni che la documentalità sia il carattere costitutivo della società. Traccia è ovviamente qualcosa che, per me, viene da Derrida, e forse prima ancora dall’ossessione di Proust per il tempo e la memoria. Ricordo di aver visto molti anni fa un documentario sui kamikaze. Prima di partire per l’ultimo volo, lasciavano in una cassettina i loro capelli e le loro unghie, i loro resti anticipati: erano ancora vivi, ma, al tempo stesso, si erano, per dir così, portati avanti con le tracce. Perché, prima e oltre ogni intuizione superficiale, il web ha amplificato e modificato la natura documentale della società contemporanea? Perché il quantitativo si è trasformato nel qualitativo. In fondo, il web poggia su strutture tecniche, come la scrittura, che esistono da migliaia di anni.

In primo luogo, rivela la struttura della realtà sociale. Perché ci sia una società è necessario che ci siano delle registrazioni, e questo spiega perché il mondo sociale ha bisogno di quelle forme di registrazione primaria che sono i riti, i miti, le strutture elementari della parentela. In secondo luogo ha rivelato un aspetto fondamentale della natura umana, il bisogno di riconoscimento. Non che si tratti di una grande scoperta: da Plutarco a Hegel si sa quanto il bisogno di riconoscimento sia parte costitutiva di quello che siamo.

Ma negli ultimi secoli gli umani si sono dati delle definizioni in fondo troppo lusinghiere, concependosi come molto, anzi, troppo razionali. In terzo luogo ha avviato la rivoluzione documediale, ossia l’unione tra la forza di costruzione immanente alla documentalità e la forza di diffusione e mobilitazione che si attua nel momento in cui, anche qui per la prima volta nella storia, ogni ricettore di informazioni può essere un produttore, o almeno un trasmettitore, di informazioni e di idee. In una parola, è la responsabilità. Io credo invece, con altri filosofi, che le cose stiano esattamente all’opposto.

Veniamo al mondo molto giovani in un mondo molto vecchio, diceva Eric Satie. Dunque, nasciamo pieni di bisogni e ci troviamo in un mondo estremamente strutturato. Per i motivi che ho appena accennato. Mi vergogno un po’ del mio nick-name ma in parte ne sono orgogliosa! Grazie a LPLC, che gratuitamente mi dà la possibilità di scoprire autori come questo.

Pingback: La documentalità e il web. Avvertimi via email in caso di risposte al mio commento. Avvertimi via email alla pubblicazione di un nuovo articolo. Continuando a navigare su Le parole e le cose acconsenti al loro uso. Clicca su Esci se non interessato. Die protestantische Ethik und der ‘Geist’ des Kapitalismus original cover. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda.

Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell’opera, si riferisce allo “spirito” capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche. Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma? Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. La religione luterana aveva dichiarato l’inefficacia delle buone opere per essere salvati. La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio, presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata.