Come la penso PDF

Scritta nel 1925, è divenuta d’uso tradizionale e simbolo della come la penso PDF musicale ligure. Gino Paoli, Mina nel 1967 e Gilberto Govi. La canzone fu lanciata in un primo momento con il titolo Se ghe penso, senza la congiunzione iniziale “ma”, aggiunta in un secondo momento.


Författare: Andrea Camilleri.

La canzone è attribuita a Mario Cappello, per i versi e la musica a cui collaborò Attilio Margutti. L’anno di nascita del brano è il 1925. La prima interpretazione del brano fu quella del soprano Luisa Rondolotti, che lo cantò al Teatro Orfeo, sala genovese successivamente trasformata in cinematografo. La canzone narra la storia di un genovese emigrato in America Latina in cerca di fortuna, evento socialmente molto comune tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900: egli, ritrovatosi a pensare alla bellezza della sua città natale, sopraffatto dalla nostalgia, decide di farvi ritorno, contro il volere del figlio, ormai ambientatosi. Zena cöse ti ghe vêu tornâ? Zêna o gh’à formòu tórna o seu nîo.

Genova ha formato di nuovo il suo nido. Cesare Viazzi, Mario Cappello, lo chansonnier dei due mondi, 2002, De Ferrari. Questa pagina è stata modificata per l’ultima volta il 19 gen 2019 alle 01:31. Vedi le condizioni d’uso per i dettagli. La locuzione cogito ergo sum, che significa letteralmente penso dunque sono, è la formula con cui Cartesio esprime la certezza indubitabile che l’uomo ha di se stesso in quanto soggetto pensante.

Cartesio vi perviene mosso dalla ricerca di un metodo che dia la possibilità all’uomo di distinguere il vero dal falso, non soltanto per un fine strettamente speculativo, ma anche in vista di un’applicazione pratica nella vita. Cartesio sostiene che nemmeno le scienze matematiche, apparentemente certe, possono sottrarsi a tale scetticismo metodologico: non avendo una conoscenza precisa e sicura della nostra origine e del mondo che ci circonda, si può ipotizzare l’esistenza di un “genio maligno” che continuamente ci inganni su tutto, anche su di esse. A prima vista, quindi, per l’uomo non c’è alcuna certezza. Eppure, quand’anche il “genio maligno” ingannasse l’uomo su tutto, non può impedire che, per essere ingannato, l’uomo deve esistere in qualche modo. Non è certo detto che l’uomo esista come corpo materiale, perché egli non sa ancora nulla della materia. Ma l’uomo è sicuro di esistere in quanto è un soggetto che dubita, e quindi pensa.

Cartesio perviene a questa certezza perché, pur provando a dubitare di tutti i suoi pensieri, si accorge che il dubitare di pensare è ancora un pensare: l’atto di supporre che io possa ingannarmi coincide infatti con l’io che verrebbe ingannato, c’è quindi una perfetta identità tra conoscente e conosciuto. Bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità, penso dunque sono, era così salda e certa da non poter vacillare sotto l’urto di tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici, giudicai di poterla accettare senza scrupolo come il primo principio della filosofia. Cartesio invece, che tiene lui stesso a sottolineare la differenza col metodo agostiniano, intende affermare che è la verità a scaturire dal dubbio, non viceversa. Il fatto di dubitare, cioè, è la condizione che mi permette di dedurre l’essere o la verità.