Camminano forse due uomini insieme? PDF

In questi anni memoria è parola diffusa, camminano forse due uomini insieme? PDF abusata. Viene utilizzata per indicare fenomeni estremamente differenziati, non sempre legati ai processi di elaborazione dei ricordi. Spesso sinonimo di discorso, si riferisce alle grandi narrazioni che la nazione ha generato per rappresentarsi. In realtà si dovrebbe sempre parlare di memorie al plurale e differenziare i vari ambiti e livelli cui attiene la memoria.


Författare: Abraham B. Yehoshua.

Gli eventi e le storie scelte per costruire una narrazione congruente vengono enfatizzati e reinterpretati nella retorica nazionale. Ma le esperienze e i vissuti delle persone non coincidono, o, in alcuni casi, possono essere irrimediabilmente dissonanti dalle rappresentazioni retoriche. Non trovando linguaggi e immagini con cui identificarsi, permangono quindi come memorie private, si trasmettono nei circuiti familiari. Uno degli obiettivi di questa sezione è quello di dare conto di questa complessità e di presentare i processi di rammemorazione tra narrative pubbliche e ricordi privati, tra livello nazionale e locale. Il ricordo pubblico come l’interpretazione di un determinato evento sarà legato alla capacità e alla possibilità dei protagonisti di farsi sentire, di accedere ai mezzi di comunicazione attraverso cui circolano le idee, alla loro forza e alla loro legittimazione sulla scena nazionale. Che ruolo hanno avuto in Italia le istituzioni?

Quale parte hanno giocato le regioni e i territori nei processi di costruzione della memoria pubblica? Tutti i discorsi, le narrazioni che si sono prodotte e sviluppate nel corso della storia nazionale hanno rafforzato la rappresentazione di due opposte realtà sociali e culturali, Nord e Sud. Stereotipi, interpretazioni dotte, visioni politiche hanno contribuito di volta in volta a leggere e tramandare in ogni frangente storico determinante della nazione una memoria dualistica. Non è semplice scegliere quali memorie e quali luoghi privilegiare. Memorie traumatiche, che hanno segnato e segnano la storia e le identità del Paese, delle regioni, delle comunità. Le comunità locali appaiono come i veri, spesso unici, luoghi della memoria del Paese: interpretano quella nazionale, conservano quella locale.

Se ne fanno promotori sindaci, associazioni, gruppi di cittadini. La Seconda guerra mondiale è uno di quegli eventi discrimine nella storia della nazione, in Italia come in tutti i Paesi europei: morti di massa, paesi distrutti, lutti impossibili da elaborare, società traumatizzate, guerre civili, popolazioni sradicate dai loro territori, uomini reduci da lunghe prigionie. L’elaborazione della memoria non è stata semplice. La composizione delle vittime delle violenze di guerra era estremamente differenziata e irriducibile in un’unica categoria. Immediatamente dopo la guerra, l’enfasi sulla Resistenza armata serviva a sottolineare l’apporto militare degli italiani nella liberazione del proprio Paese. I combattenti venivano inoltre presentati in questa narrazione come l’avanguardia di una popolazione che non solo aveva rifiutato il fascismo durante la guerra, ma era stata solo superficialmente coinvolta con il regime: vittima e non attivamente partecipe.

In realtà i rapporti tra i partigiani e le popolazioni, in particolare i contadini, non erano sempre stati idilliaci. Molte contraddizioni e divergenze avevano attraversato la stessa Resistenza: badogliani, comunisti, azionisti, cattolici si erano spesso scontrati anche aspramente. Un conflitto durissimo aveva caratterizzato le bande partigiane ai confini orientali. La guerra civile è storia del Nord.

Il 25 luglio del 1943 il fascismo era naufragato miseramente sotto il peso della sua stessa inadeguatezza e degli esiti catastrofici della guerra. Crollava senza clamori, senza alcuna violenza. Woller, I conti con il fascismo. L’epurazione in Italia 1943-1948, 1997, p. Sebbene nel Sud le prime misure di epurazione fossero state prese già nel novembre del 1943, esse furono rese vane dalla resistenza della vecchia élite e dall’atteggiamento contraddittorio degli Alleati. Ciò salvò e rafforzò l’apparato ex fascista. I due anni di occupazione alleata e di governi di unità nazionale condussero in effetti alla delegittimazione di ogni tipo di autorità e al rifiuto assoluto di una collaborazione, che si esplicitò in primo luogo nella decisione di non riprendere le armi contro un nuovo nemico, a fianco di quel medesimo re che aveva condotto i soldati a combattere, morire, finire prigionieri nella guerra fascista.

Il rifiuto della guerra aveva accomunato i giovani soldati sparsi fra l’Italia e i vari fronti. Nord la maggior parte di loro aveva deciso di non rispondere alla chiamata alle armi della Repubblica di Salò, una parte era confluita nelle bande partigiane, mentre altri avevano passato i due anni dal 1943 al 1945 a nascondersi e fuggire dai soldati tedeschi e repubblichini. In questa visione, tutta la tormentata vicenda della guerra nel Mezzogiorno è stata sussunta sotto queste categorie, sono state oscurate storie, interpretati in maniera ideologica vicende e comportamenti che avrebbero invece potuto trovare uno spazio originale nelle narrative nazionali sulla resistenza all’occupazione nazista. Il caso più evidente è quello della memoria dell’insurrezione napoletana. Contro questa rappresentazione a livello cittadino e politico si è spesso usata una retorica che non ha fatto che approfondire la pubblica rimozione dell’insurrezione.

Una memoria vuota, ampollosa, che non si radica nel vissuto della gente, viene giustamente rifiutata e alla fine alimenta il negazionismo. Ci sono state iniziative all’università, nei quartieri cittadini, che sono culminate nella cerimonia al Maschio angioino alla presenza del presidente della Repubblica. Di questo titolo d’onore per l’Italia la Repubblica deve dare pieno riconoscimento a Napoli traendone le ragioni di un rispetto e di una fiducia che Napoli merita . Dico ogni mia parola come rappresentante dell’unità nazionale unità che poggia su un riavvicinamento nella solidarietà e nella coesione tra le sue regioni e vorrei dire tra le sue capitali. Il discorso del presidente della Repubblica riprende in effetti le tematiche che in questi anni sono state affrontate dalla storiografia, ma soprattutto propone alla comunità nazionale di rispettare e legittimare l’insurrezione. Le celebrazioni del Settantesimo hanno avuto una grande eco sulle pagine dei quotidiani locali, meno su quelli nazionali dove, all’opposto, più o meno apertamente sono riemersi gli stereotipi e le immagini che influenzano la visione della città e delle sue vicende.

Tutto ciò non fa che alimentare lo scetticismo se non le peggiori rappresentazioni della Napoli in guerra, a livello nazionale ma anche nell’autorappresentazione difficile e tormentata della città. In anni più recenti, tuttavia, anche nel Mezzogiorno sono stati riscoperti e riportati alla memoria pubblica molti episodi di violenza nazista e di resistenza da parte di quelle popolazioni che vissero una breve ma durissima occupazione tedesca. Da un canto una generale riproposizione della memoria della guerra attraverso l’esperienza dei civili, che accomuna l’Italia con il resto dell’Europa. La ricerca svolta sulle stragi naziste in Campania, alla fine degli anni Novanta, ha fatto emergere un oblio diffuso da parte delle istituzioni e nella popolazione ricordi personali vivissimi, accompagnati a volte da un forte risentimento verso quelle stesse istituzioni che avevano dimenticato le vittime. I casi di Bellona e di Caiazzo mostrano come la memoria si differenzi e come sia legata in maniera inscindibile alle vicende e alle caratteristiche delle comunità locali.